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Dalla lettura della relazione finale del Governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco vorrei estrapolare alcuni passaggi per porre alcune considerazioni.

Prima di tutto sulla qualità del credito. Dalla relazione traspare a chiare lettere come la qualità del credito italiano stia registrando i livelli del 2009, anno in cui il post Lehman e le turbolenze sui mercati erano forti, proprio come oggi (anche se la natura sovrana dei debiti non era stata di fatto colpita direttamente, nel suo vivo cuore come oggi). Il Governatore afferma che:

La successiva discesa si è interrotta nella seconda metà dello scorso anno con il deterioramento della congiuntura; le nuove sofferenze sono tornate ad avvicinarsi al 2 per cento. Sono cresciuti anche i prestiti classificati tra gli incagli, quelli ristrutturati e quelli scaduti. Il peggioramento della qualità del credito ha interessato soprattutto i finanziamenti alle imprese.

Le imprese, ecco le principali vittime del deterioramento della qualità creditizia. Un deterioramento che inizia a piccoli passi ovvero con i mancati pagamenti delle rate dei mutui, con gli sconfini che diventano sempre più insostenibili. Ed ecco che questo trend viene direttamente legato alla tanto sospirata “crescita”, infatti:

Fino al 2008 l’espansione dei volumi di credito ha sostenuto la crescita dei ricavi e dei profitti delle banche italiane, pur non tra i più elevati nel confronto internazionale. Da allora il calo dell’attività produttiva si è riflesso in un rallentamento degli impieghi e in un aumento del rischio di credito e delle perdite a esso associate.

Un estratto che, lasciando da parte tutti i propositi dei migliori populisti in circolazione (riguardo ai ricavi delle banche), fa trasparire come il rallentamento della crescita abbia di fatto generato un diretto rallentamento degli impieghi erogati dalle banche e dunque di converso anche un aumento del deterioramento del credito bancario.

Ma anche le nostre imprese hanno alcune colpe o meglio pecche. Voilà che riappare l’annoso problema dei bassi livelli di patrimonializzazione e quindi la stretta dipendenza, tutta autoctona (e non solo, si badi bene), delle nostre imprese dal credito bancario:

Per le imprese, i bassi livelli di patrimonializzazione e la stretta dipendenza dal credito bancario quale fonte pressoché unica di finanza esterna rappresentano un elemento di fragilità nel breve termine, un freno alle potenzialità di sviluppo. Per non poche aziende le difficoltà di accesso al credito sperimentate dall’inizio della crisi dipendono anche da strutture finanziarie non equilibrate, con livelli di debito eccessivi.

Una dipendenza che ha una natura fortemente votata la breve termine. Gli imprenditori italiani agiscono ancora in un’ottica di breve termine, insomma si preferisce di gran lunga l’apertura di credito al mutuo, fornendo all’imprenditore, senza ombra di dubbio, una maggior fruibilità della disponibilità creditizia, ma legandolo a filo doppio nei confronti degli intermediari creditizi alla ricerca continua di credito fresco. Un’attività notevolmente rischiosa in momenti, come questi, in cui il costo del denaro è sempre maggiore.

In Italia il 38 per cento dei prestiti alle aziende ha durata non superiore ai 12 mesi; la quota è del 18 per cento in Germania e in Francia, del 24 nella media dell’area dell’euro. La maggiore dipendenza dal debito a breve termine espone le imprese italiane a più elevati rischi di rifinanziamento, restringe l’orizzonte temporale degli investimenti.

Nel nostro paese, oltre la metà dei prestiti a breve termine è costituita da affidamenti in conto corrente. La variabilità nell’utilizzo di queste linee di credito espone le banche a rischi di liquidità

Una relazione lucida ed interessante. Ne consiglio vivamente la lettura.

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