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Axel Weber, BCE, Berlusconi, Draghi, Grecia, Irlanda, Italia, Jürgen Stark, Spagna, Tremonti, Trichet
Lo si è sempre saputo. Quando la Germania disse sì all’Europa, lo fece soltanto dopo aver preteso ed ottenuto che la gestione della “cosa” monetaria fosse progettata ad immagine e somiglianza della Bundesbank. Una garanzia, un modello che i fatti degli ultimi giorni hanno necessariamente cambiato. Prima le dimissioni di Weber, ora quelle di Stark, non a caso, non per motivi personali. Come spesso si dice la realtà è altrove o, come in questo caso, dietro l’angolo. Da oggi possiamo iniziare a scommettere sul futuro dell’Euro, una moneta forse non più così tanto necessaria e voluta da tutti gli europei ed europeisti.
Alla notizia delle dimissioni di Stark (a mercati aperti) ho ricevuto la telefonata di un amico che per farla breve mi diceva “vedi questi Tedeschi, se le cose non stanno bene a loro, ebbene si dimettono, questa è l’Europa unita?”. Sono sincero, di prima battuta anche io mi sono detto “è vero!”, sono sempre lì a dar lezioni, a dar le colpe agli altri, a dire che bisogna far dei sacrifici, ma poi sono i primi a tirarsi indietro quando il verso delle cose non è il loro. Però (poi) a mente fredda mi sono detto il contrario. Chi mi conosce sa che spesso e volentieri mi metto contro-corrente e faccio affermazioni fuori dal coro. Così questa volta mi sono detto che tutti i torti a questi Tedeschi, a questo Stark non si possono dare. Perché? Cerco di spiegarmi.
La Bce. Gli acquisti massivi di titoli greci prima, spagnoli ed italiani poi, per evitare l’impennata degli spread di questi non è certo il mestiere di una Banca Centrale la cui funzione dovrebbe essere quella di gestire la politica monetaria di un’unione economico-politica come quella europea. Ma non solo, questi acquisti hanno necessariamente aumentato il grado della leva di rischio che la Bce si è sino ad oggi assunta. A quanto ammontano gli accantonamenti fatti a copertura dell’eventualità di default o forte svalutazione di questi titoli? Non si potrebbe forse ipotizzare di demandare questa funzione ad un fondo (non si è forse creato un Fondo per la stabilità economica in Europa?) che funga da bad bank e che sostenga attivamente questi titoli piuttosto che essere lì ad incamerare risorse in attesa di salvare quello o quell’altro stato membro sull’orlo del default?
La Grecia. Quando lo stato della California non è più riuscito a far fronte ai propri impegni ha dichiarato il default e lo stato centrale è stato lì a guardare intervevendo “di lato” sulla questione. Nulla più, e questo fatto ha rappresentato un chiaro segnale per gli altri stati. Mi chiedo dunque, per una volta, se non dobbiamo imparare qualcosa dagli USA ovvero si faccia fallire la Grecia e si riparta da zero. Una soluzione purtroppo violenta ed impopolare, ma necessaria per evitare inutili rincorse al salvataggio e la costituzione di carrozzoni per sottoscrivere un debito già marcio nell’anima. Un problema di moral hazard che tocca direttamente anche l’Irlanda, la Spagna e l’Italia. Se non si fa fallire la Grecia, perché dovrebbero far fallire me? Un motivo in più per addolcire una manovra che contiene scelte impopolari, un motivo in più per rimandare le scelte più complicate (dal punto di vista del consenso). Insomma un caso che potrebbe essere il primo di una serie di altri casi ovvero l’inizio di un pericoloso circolo vizioso.
Questione di impotenza. Gli organi centrali europei, economici o politici che siano, hanno dimostrato in questi giorni tutta la loro impotenza. La lettera scottante e severa scritta a Berlusconi & Tremonti da Trichet & Draghi è diventata (e dopo aver visto la manovra possiamo dirlo con assoluta certezza) carta da fuoco o da altro (e qui non dico oltre..). Tutti gli avvertimenti e le tirate d’orecchio non sono certo bastate (e come per l’Italia lo stesso discorso vale anche per la Grecia in primis, per la Spagna e per gli altri) ed infatti l’ultima arma è stata proprio quella dell’acquisto di titoli. Una scelta quasi obbligata. Eh sì, perché chi ha alzato la voce (in primis la Bce) si è accorta che l’interlocutore faceva orecchie da mercante, ma siccome la barca su cui siamo è comune a tutti (Bce inclusa) alla fine si è dovuto optare per un piano B, un pericoloso piano B.
Ecco sinteticamente cosa penso delle dimissioni di Jürgen Stark; ecco cosa penso dell’attuale situazione europea. In fin dei conti è vero, la Germania scambia spesso l’Europa, l’Unione Europea come una cosa tutta sua, un allargamento economico della Germania stessa, però questa volta il messaggio è chiaro: così non va! Al di là di quello che si pensi delle dimissioni del funzionario teutonico le ragioni economiche di questo gesto sono serie e condivisibili. Perché la strada imboccata non ci porterà alla soluzione del problema, ma piuttosto a rimandarlo ancora nel tempo.