Il 2009 si chiuderà tra qualche ora. Lascerà il posto al 2010, che ora ci troviamo di fronte. Un nuovo anno, almeno nella data, che si trasformerà realmente in qualcosa di nuovo, detto meglio, arriverà il tanto prospettato cambiamento, Godot ci busserà dunque alla porta? Solitamente non mi faccio, e non mi farò nemmeno questa volta, prendere da speranze ingenue e vane. Non aspetto, infatti, il cambiamento definitivo di questo mondo, anzi, mi aspetto però che accada qualcosa di nuovo; qualcosa di reale. Il 2009 è stato in gran parte l’anno delle attese inutili, delle speranze disattese. Come sempre, ci aspettavamo chissà che cosa, eppure, sotto il sole, e oggi sotto la neve, nulla è cambiato. In particolar modo in due questioni: l’ambiente e l’economia. In entrambi i casi nessuna nuova regola è arrivata, nessuna novità! Sulla questio economica poi tanto si è discusso, ma nulla è cambiato. I super-manager che hanno contribuito a causare la crisi e le speculazioni azzardate sono ancora lì (in gran parte), le tanto attese e prospettate nuove regole non sono arrivate. Ma, soprattutto, e non mi stancherò di dirlo, la crisi non ci ha insegnato proprio nulla. La liquidità è continuata a crescere, i grandi gruppi sono sempre più grandi (i too big to fail), le soluzioni messe in campo per invertire la rotta non sono state che tante parole al vento. Ci siamo comportati come quel bambino che, fatta la marachella, aspetta tutto rannicchiato su se stesso la sberla del genitore, sperando che questa non arrivi. Sì, aspettiamo un nuovo colpo sperando che non arrivi. Ecco la verità.
La mondializzazione, poi, ci tocca ormai sempre più direttamente. Economia, terrorismo, catastrofi, cultura, etc. tutto si tiene, tutto si lega, tutto comunica e trasmette. I fatti dell’Iran di questi giorni ci fanno prospettare un 2010 piuttosto caldo. La questione energetica pure. Il problema del debito pubblico anche. Occorre quindi ragionare a livello macro per capire cosa non va.
La favoletta di Obama. Chi mi conosce sa come la penso sul presidente Obama. Lo guardo con gli occhi freddi dell’analisi oggettiva. Lo ascolto poco e mi interesso di più delle sue concrete azioni. Il novello Nobel per la pace continua la guerra, innaffia i too big to fail di tanto capitale pubblico, per scongiurarne il fallimento, proclama grandi riforme sanitarie ma nel concreto non riuscirà a fare quanto detto (la riforma sanitaria nasce già zoppa, è giusto dirlo). Insomma tanto fumo pochissimo arrosto. Il suo agire è piuttosto semplice: dice una cosa, ne fa un’altra. Critica la nuova Gomorra (in senso biblico e non savianesco-editorialmente-corretto) Wall Street eppure si circonda di uomini che da lì vi provengono (vedi Goldman Sachs). Vuole ritirarsi dall’Iraq, ma inonda l’Afganisthan di nuove truppe statunitensi e si lamenta del poco impegno degli alleati. Chiude Guantanamo, ma fa fare il lavoro sporco ad altri. E’ il prodotto di una grande democrazia (dicono) eppure si presenta davanti a tanti dittatori dicendogli tranquillamente “sono uno di Voi”. Mi è sinceramente difficile essere vicino a questo presidente che è tanto televisivo, ma così poco concreto. Non mi faceva impazzire certo Bush II, ma senza dubbio questo Obama è troppo interessato alla forma e poco alla sostanza. E questo mi preoccupa, lo vedo debole e troppo incoerente. Possiamo dire che una vera leadership mondiale non c’è più.
La Chimerica. Tutti pensano che la Cina e gli Stati Uniti siano nemici eppure è bene tenere conto di una cosetta, sì una cosa di poco conto. La prima è il principale ente creditore dei secondi, questi sono il principale sbocco dell’offerta produttiva della prima. Insomma uno compra il debito dell’altro, l’altro compra la maggior parte della sua produzione. E tutto si tiene, tutto si lega. Quindi, direbbe il piccolo uomo della strada, perché due entità così legate dovrebbero farsi la guerra, seppure e grazie a Dio fredda, già perché? Questo è il punto, non se la fanno. Quando qualche anno addietro Bush junior andò in visita più volte in Cina tutti si stupirono. Quanto è miope la stampa internazionale a volte (e voglio pensare che sia realmente un po’ miope altrimenti come potrei dar torto a chi vede dietro a tutto, sempre una congiura mondiale orchestrata da sedicenti signori di Sion??). La Chimerica esiste realmente e questo è un dato di fatto economico. Perché gli USA, forti del loro potere, non inducono, ad esempio, la comunità internazionale a convincere la Cina ad aumentare il tasso di sconto della propria moneta, così da rendere quello nominale pari al proprio livello reale? Perché non ne gioverebbero, anzi. Altro punto, che mi sta specialmente a cuore. Il caro presidente Obama snobba il Tibet. Proprio lui! Il campione degli oppressi, il segno del riscatto. Già lui snobba il glorioso popolo tibetano e le sue sofferenze. Perché? Perché il Tibet non ha, ahimé, il petrolio. Perché il Tibet serve alla Cina per farvi transitare (e pare strano pensando alla sua conformazione geografica) la propria ingordigia di fonti energetiche. Insomma, tutto si tiene, e, mai come ora, la morale nelle scelte politico-economiche dipende totalmente dal proprio interesse nazionale. Ecco il prossimo dilemma della filosofia politica: quali scelte politico-economiche dipenderanno concretamente dalla morale e quali no?
L’Europe. Oh mia cara vecchia Europa dove sei? Dovremmo chiedercelo sempre. Mi collego all’ultimo punto del paragrafo precedente. Le scelte di natura geopolitica. Sì, compriamo il petrolio dalla Russia di Putin, ma poi la consideriamo un paese non democratico e riempiamo le pagine dei giornali di cattivi commenti e invettive su questa. Processiamo Milosevic all’Aia, critichiamo i nostri imprenditori sfruttatori, ma compriamo e investiamo in Cina e in altri paesi tutt’altro che democratici, tutt’altro che civili. Ecco la vera politica dell’oggi, lavata ovviamente dal perbenismo formale. Facciamo la morale ad alcuni, perché ci conviene, mentre con altri è meglio non far nulla. Hanno il petrolio, hanno la mano d’opera a basso costo. Piccola miope Europa. Tu esisti soltanto sulla carta. Sì, sei in balia degli interessi dei tuoi grandi padri (gli stati nazionali che la compongono) e non riesci a nascere. Io credo fortemente in una vera Europa unita e indipendente da chicchessia (America e Oriente in primis) ma la realtà vera ed ultima, triste e sincera, è che una vera Europa i nostri grandi non la vogliono. E parlo di chi guida gli stati nazionali che la compongono. Ognuno pensa al proprio orticello. E, nel mentre, ci facciamo “usare” da chi ci vende l’energia o da chi aggredisce i nostri mercati con prodotti sottocosto. L’unica cosa che sappiamo difendere, e che per ora stiamo difendendo come europei, è l’agricoltura. Ma, la imbavagliamo con le quote e non la proteggiamo dalla vera concorrenza. Povera Europa, che ne sarà di te nel 2010? Temo che nulla o poco, pochissimo, cambierà fino a quando il sistema degli stati nazionali in piedi resterà…
Ecco cosa mi premeva dire in fine di quest’anno. Giudizi forse un po’ troppo pessimistici, ma, si sa bene, la realtà, il realismo concreto, passa necessariamente dal pessimismo. L’ottimismo non può vedere, per sua stessa natura, le cose che non vanno. Ho toccato problemi macro perché, a volte, è giusto uscire dal proprio angolo di osservazione e guardare le cose in grande. La realtà del tutto in fin dei conti però resta una sola: chi vivrà vedrà, chi combatterà farà. Questo tiene in piedi tutto e così tutto si lega. Finite bene questo anno e iniziate quello nuovo come sempre, come ogni giorno, perché la vita va avanti!